A un passo dalla scadenza il Governo fissa le nuove regole per ridurre le distanze tra le buste paga di uomini e donne: arriva il decreto di recepimento della direttiva UE 2023/970
Gli annunci di lavoro, le procedure di selezione così come la determinazione degli stipendi dovranno rispettare i nuovi standard di parità e trasparenza salariale che arrivano dall’UE con la direttiva 2023/970.
E tra i punti all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri di oggi, 30 aprile, c’è anche l’approvazione in via definitiva del decreto che introduce le novità nel tessuto normativo.
La ricetta italiana per accorciare le distanze tra le buste paga di uomini e donne arriva a un passo dalla scadenza prevista per il 7 maggio.
Arrivano le nuove regole per pareggiare gli stipendi
Parlamento e Consiglio Europeo hanno concesso tre anni di tempo agli Stati membri per introdurre nell’assetto normativo le novità finalizzate a ridurre il gender pay gap, il divario retributivo di genere, che in Europa è pari all’11,1 per cento (secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili sul 2024).
In pratica, considerando questa media europea, per uno stesso lavoro gli uomini percepiscono lo stipendio tutto l’anno, mentre le donne smettono di essere pagate da fine novembre.
Non tutta l’Europa è paese, si potrebbe dire parafrasando il famoso detto. Si parte dal 18,8 per cento dell’Estonia e si arriva a un leggero svantaggio maschile del Lussemburgo.
Ma neanche i dati migliori rappresentano la garanzia di buste paga paritarie. E l’Italia ne è un esempio: con un divario retributivo di genere orario molto basso, pari al 5,3 per cento, il nostro contesto dimostra che la distanza tra gli stipendi si accumula anche nel tempo con contratti più fragili, giornate part time, carriere a singhiozzo.
Guardando ai dati INPS, le donne “perdono” circa 29 euro ogni giorno con un gender pay gap medio del 25,73 per cento. Le novità della direttiva d’altronde non si fermano alla retribuzione oraria o agli stipendi mensili, ma toccano tutto l’arco temporale del rapporto di lavoro con l’obiettivo di interrompere la spirale delle discriminazioni di genere.
Nuove regole per pareggiare gli stipendi: la delega al Governo e le date di scadenza da rispettare
Nonostante l’urgenza di accorciare le distanze tra le buste paga di uomini e donne, l’Italia è arrivata ad approvare il pacchetto di correttivi imposti in sede UE in extremis.
Il compito di adeguare la normativa è stato affidato dal Parlamento al Governo con la legge n. 15 del 2024 che si basa sul meccanismo della delega: all’Esecutivo viene affidato il compito di adottare norme pronte per entrare in vigore con dei decreti legislativi da approvare in via definitiva, dopo aver ottenuto il parere delle commissioni parlamentari.
È la procedura adottata solitamente per formalizzare a livello locale novità che arrivano da direttive europee, ma è anche lo schema di lavoro che si sta seguendo per la riforma fiscale.
Le leggi delega fissano regole e tempi che il Governo è chiamato a rispettare per esercitare la funzione legislativa. E, nel caso della direttiva UE 2023/970, per la tabella di marcia si fa riferimento alle Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea (L. n. 234/2012).
Lo schema di decreto per il recepimento è stato approvato in via preliminare nel Consiglio dei Ministri il 5 febbraio a ridosso della scadenza prevista, ovvero “entro il termine di quattro mesi antecedenti a quello di recepimento indicato in ciascuna delle direttive”.
Per effetto di quanto previsto dall’articolo 31 della legge n. 234 del 2012, la predisposizione del testo preliminare sempre a ridosso della scadenza e la necessità di attendere i pareri delle commissioni parlamentari determinano una proroga automatica di tre mesi per concludere l’iter.
In ogni caso, il Governo non sarebbe potuto andare oltre il 7 maggio per definire nel dettaglio tutte le regole che i datori di lavoro dovranno cominciare ad adottare nel giro di un mese nei rapporti con lavoratrici e lavoratori.
La necessità di chiudere i lavori, infatti, non è legata solo al calendario della delega e alla scadenza comunitaria del 7 giugno, ma anche all’esigenza di dare quanto prima alle aziende pubbliche e private elementi certi per mettere in pratica la strategia europea per contrastare il gender pay gap.
| Direttiva UE 2023/970 | Scadenze |
|---|---|
| Scadenza per il recepimento della direttiva | 7 giugno 2026 |
| Scadenza della delega per adottare il decreto di recepimento | 7 maggio 2026 |
Nuove regole per pareggiare gli stipendi nel decreto su parità e trasparenza salariale
Tra la metà e la fine di marzo le commissioni parlamentari competenti hanno dato il loro via libera sul testo proposto dal Governo, suggerendo alcune importanti modifiche.
Come emerso anche dal ciclo di audizioni con i diversi attori sociali, la versione approvata in via preliminare presentava diversi nodi da sciogliere: sulla platea di aziende ma anche di lavoratrici e lavoratori interessati, sui contratti nazionali da utilizzare come unità di misura, ma anche sui concetti chiave di retribuzione e lavoro di pari valore.
Da più fronti è emersa fin da subito la preoccupazione di un recepimento debole delle novità con l’esclusione di alcune tipologie contrattuali, come ad esempio l’apprendistato, un ruolo troppo forte per i CCNL, a prescindere dalla loro rappresentatività, l’esclusione delle aziende con meno di 100 dipendenti dai nuovi obblighi di reportistica, senza prevedere benefici premiali in caso di volontarietà.
Il testo approvato in via definitiva in Consiglio dei Ministri e pubblicato in Gazzetta Ufficiale darà tutte le risposte sulla limatura finale del testo, un ultimo passaggio cruciale.
È nella formulazione delle norme che si creano i presupposti perché le parole della direttiva comunitaria possano trasformarsi in fatti anche in Italia, agendo sui divari retributivi (ma non solo) che caratterizzano il mercato del lavoro.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Arriva il decreto su parità e trasparenza salariale per pareggiare gli stipendi