Responsabilità sociale di impresa (RSI): quali presupposti?

Responsabilità sociale di impresa (RSI): quali presupposti?

Francesco Oliva - Controllo di gestione

Quali sono i presupposti alla base della responsabilità sociale di impresa (RSI)? Ecco un'analisi critica ed un breve excursus storico.

Responsabilità sociale di impresa: i motivi per i quali si è sviluppata la convinzione che la RSI dovesse costituire parte integrante della catena del valore di tutte le imprese sono molteplici. Nell’opera “Il bilancio sociale nel quadro evolutivo del sistema d’impresa” lo studioso e aziendalista Francesco Vermiglio ne individua quattro in particolare:

  • motivi ideologici e culturali;
  • le dimensioni raggiunte dalle imprese;
  • la questione ambientale;
  • i movimenti di difesa degli interessi dei consumatori.

Ecco un’analisi critica e storica delle cause che hanno determinato lo sviluppo teorico e pratico del concetto di responsabilità sociale di impresa.

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Responsabilità sociale di impresa: le ragioni ideologiche e culturali

Innanzitutto i motivi di natura ideologica e culturale. Essi si riallacciano alle critiche mosse alla civiltà industriale, considerata come causa di distruzione di valori individuali e come fonte generatrice di nuove servitù. Le critiche riguardano anche le aziende di produzione, che vengono considerate uno strumento a disposizione di questa società attraverso il quale viene fortemente condizionata la condizione del singolo individuo.
I valori che hanno storicamente caratterizzato l’industrialismo oggi non sono più accettati. Essi sono sostituiti da nuovi valori quali la sicurezza, la salute, la qualità della vita. Infatti, una volta realizzati gli obiettivi fondamentali quali il soddisfacimento dei bisogni essenziali e la sicurezza di un posto di lavoro, si sono materializzate nuove esigenze. Si è diffuso, in particolare, un senso di malessere diffuso in ordine ai condizionamenti che l’attività d’impresa aveva creato sia nell’ambiente di lavoro sia nella società. Ciò ovviamente non porta alla contestazione delle aziende in quanto tali. Piuttosto mette in evidenza che l’attività di produzione e di consumo determina conseguenze di ordine sociale che non possono essere sottovalutate.

Responsabilità sociale di impresa: le dimensioni delle imprese

Un altro motivo di interesse verso il tema della responsabilità sociale di impresa è quello relativo alle dimensioni raggiunte dalle grandi imprese. Ciò assume particolare rilevanza in considerazione del numero di soggetti interessati alla loro attività. E’ chiaro che quanto maggiori sono le dimensioni aziendali tanto maggiore è il numero dei soggetti coinvolti. E, di conseguenza, tanto più importante è la funzione sociale svolta dall’azienda. Inoltre, le aziende di grandi dimensioni incidono significativamente sul funzionamento della società nel suo complesso. Certamente ciò non si può dire per le imprese di piccole dimensioni la cui attività non ha un impatto paragonabile a quello delle grandi imprese. Dal canto loro le grandi imprese hanno gradualmente assunto consapevolezza in ordine alla centralità del tema della RSI.
Basti pensare, per esempio, alla ricerca condotta nel 2001 dalla Experience Research, su un campione di 800 imprese, rappresentativo di quelle con più di 100 dipendenti (quindi rientranti nella categoria delle medie-grandi imprese). Da essa risulta che ben il 44%, prevalentemente nei settori della finanza, del credito e delle assicurazioni, ha finanziato iniziative di solidarietà, per lo più nell’area degli aiuti umanitari. Le motivazioni alla base di tali investimenti sono state: il ritorno in termini di immagine, la validità e il reale contributo sociale delle iniziative, la rispondenza alla mission dell’impresa. Fermo restando che essere responsabili socialmente dovrebbe avere come obiettivo prioritario una ridiscussione ed una successiva ridefinizione di tutte le procedure e di tutti i meccanismi interni di management, le azioni riconducibili alla responsabilità sociale sono diventate molteplici e variegate.

Responsabilità sociale di impresa: la necessità di difendere l’ambiente

A partire dalla grande crisi petrolifera del 1973-74 le società industrializzate cominciarono a porsi seriamente di fronte a nuovi inquietanti problemi. Si iniziò a parlare di una vera e propria “questione ambientale” animata da diversi elementi. Primo fra tutti quello del carattere limitato, e dunque esauribile, delle risorse naturali del pianeta: un dato che contraddiceva, almeno in apparenza, la prospettiva di una crescita illimitata (sia della produzione che dei consumi) su cui si era sino ad allora ispirata la filosofia ispiratrice della civiltà industriale.

Questa impostazione cominciò ad apparire non solo irrealistica ma anche dannosa, in quanto caratterizzata dalla tendenza allo spreco energetico, all’inefficiente utilizzo delle risorse naturali, all’alterazione dell’intero sistema ambientale. Alla protesta ideologica e culturale contro la civiltà dei consumi, si sovrappose una critica più concreta animata da movimenti ambientalisti ( o verdi), attenta soprattutto alle tematiche dell’ecologia e fondata sulla denuncia dei rischi portati dall’industrializzazione indiscriminata all’equilibrio ambientale del pianeta. Occorre sottolineare a questo proposito che già un paio di anni prima del biennio 1973-’74 qualcuno aveva sostenuto una posizione non certo ottimistica circa il futuro evolversi del modello di sviluppo industriale. Si fa riferimento ai risultati della ricerca “I limiti allo sviluppo”, eseguita presso il “Massachussets Institute of Technology” (MIT) nel 1972, per conto del Club di Roma.

Essa mette in evidenza tre concreti limiti posti dall’ambiente allo sviluppo dell’attività economica:

  • Limitata capacità di assorbimento dei rifiuti. Se si pensa che gli ambienti di cui si dispone per il trattamento dei rifiuti (fiumi, atmosfera, discariche, ecc. ) sono dotati di una capacità di assorbimento finita, cioè limitata, appare chiaro come sia possibile l’esistenza di un limite all’espansione economica (misurata in genere in termini macroeconomici attraverso il PIL o il PNL). Quando si supera tale capacità sono possibili danni severi all’ambiente e, di riflesso, all’intera collettività;
  • Limitata disponibilità di risorse. I materiali e l’energia trasformati dal sistema economico devono provenire da qualche parte. Alla base vi sono le fonti energetiche rinnovabili e quelle non rinnovabili. Queste ultime soddisfano circa l’ 80% del fabbisogno energetico mondiale, ma non dureranno in eterno. Le fonti rinnovabili sono in fase espansiva ma il loro sviluppo non ha sino ad ora rispettato le previsioni attese;
  • Rapporto tra crescita demografica e crescita economica. La crescita della popolazione è un altro fattore determinante nel ritenere che la crescita economica non sia illimitata. Già Malthus, uno degli esponenti più importanti della scuola economica classica, parlava nelle sue opere di “limiti assoluti” allo sviluppo. Questi erano determinati dal fatto che, mentre la popolazione cresceva in progressione geometrica, le risorse disponibili crescevano in progressione aritmetica. Se questo trend fosse proseguito, come teorizzava Malthus, si sarebbe giunti ad una situazione di “stato stazionario”. Evidentemente queste previsioni furono eccessivamente pessimistiche.

Nell’opera del MIT si sottolineano invece due questioni. La prima riguarda la valutazione comparata di crescita demografica e crescita economica. Se, in un determinato momento, il saggio di crescita demografica di un sistema economico nazionale è maggiore rispetto al saggio di crescita economica (misurato per esempio in termini di PIL) si può affermare che il benessere collettivo sia aumentato? Probabilmente no perché la crescita demografica più che proporzionale rispetto alla crescita economica ha determinato una diminuzione del PIL pro-capite. Quindi una prima questione è relativa alla relazione esistente tra i due fenomeni considerati.
La seconda questione è più generale. L’eccessiva crescita demografica implica delle conseguenze rilevanti in termini di utilizzo delle risorse. Quando, infatti, essa si verifica si ha come conseguenza una maggiore domanda di beni e servizi. Per soddisfare tale domanda occorrerà incrementare l’utilizzo di materie prime quali acqua, suolo, foreste, ecc., rischiando un eccessivo depauperamento delle risorse naturali.
Al di là delle discussioni generate in ordine alla validità di questo studio, è innegabile che l’incremento della popolazione mondiale e della produzione siano cause di intenso squilibrio ecologico. L’aspetto più rilevante di questo squilibrio è rappresentato dal problema dell’inquinamento. L’attività economica è la maggiore fonte di inquinamento. Ovviamente si fa riferimento sia alla produzione che al consumo. Se si esaminano le cause dell’inquinamento, nelle varie forme che esso assume, ci si rende conto che ai primi posti figurano i consumi individuali. Il consumo, oltre ad alimentare la produzione, la quale di per sé è causa di inquinamento dell’ambiente, è esso stesso fonte di nuovo inquinamento perché genera rifiuti di ogni tipo. A questo tipo di inquinamento si aggiunge quello provocato dalle aziende che producono beni e servizi. Questa attività viene considerata come duplice fonte dell’alterazione dell’equilibrio ecologico: da un lato tende ad utilizzare eccessivamente le risorse, dall’altro genera rifiuti.

E’ chiaro però che non tutte le attività economiche produttive sono inquinanti né tutte concorrono allo stesso modo all’alterazione dell’equilibrio ambientale. Nonostante questo il sistema delle imprese è sicuramente da considerare il responsabile più rilevante dell’inquinamento ambientale.

Responsabilità sociale di impresa e consumerismo

Il movimento di difesa degli interessi dei consumatori, noto anche con il termine “consumerismo”, è un altro importante presupposto della RSI. Si tratta di un movimento, affermatosi negli anni ’70, in contrapposizione al fenomeno del consumismo. Il consumismo viene definito come “tendenza, tipica delle economie caratterizzate da un alto livello di benessere, e rafforzata dalle tecniche pubblicitarie, a incentivare i consumi privati di beni anche se non necessari”.

Esso nasce intorno agli anni ’60 negli Stati Uniti d’America. Si tratta di un periodo caratterizzato da una forte crescita economica in tutto l’Occidente. Questo fenomeno, unito ad un’azione legislativa che, ispirata all’esperienza britannica, ebbe l’effetto di diminuire le disuguaglianze esistenti, fece raggiungere ai Paesi occidentali un grado di prosperità sino ad allora sconosciuto. Vi fu un aumento del benessere collettivo testimoniato dalla crescita della domanda di generi alimentari e beni di consumo. Ma il mantenimento di questa prosperità era strettamente legato alla continua espansione della domanda di beni, vale a dire al consumo. Di conseguenza, i cittadini, soprattutto a causa della pubblicità, venivano indotti ad acquistare sempre di più. Ecco quindi che molte persone, anche se non benestanti, iniziarono ad acquistare dei beni non per il soddisfacimento di bisogni specifici ma a causa del c.d. “effetto eco” ovvero per sentirsi “al passo coi tempi”. Il consumatore non riesce più a consumare in modo consapevole e spesso rischia di diventare vittima di un sistema nel quale ha pochi diritti e poca informazione. Diventano così pressanti le istanze di quella parte della società civile che non vuole subire passivamente gli effetti negativi di questo fenomeno.
Il consumerismo nasce anch’esso negli Stati Uniti dove, già all’inizio del XX secolo, le prime proteste di massa sono così forti da costringere il governo federale all’approvazione di leggi che impongono un controllo nei confronti dell’industria. La prima esperienza organizzata concernente il consumerismo portò alla fondazione della rivista “Consumers Research Bulletin”, che pubblicava i risultati su test comparativi relativi a prodotti di largo consumo; ma soprattutto venne fondata, nel 1928, la “Consumer Union”, un’associazione ancora oggi molto attiva negli Stati Uniti e in Canada. Questa associazione, attraverso una propria rivista, informa i propri aderenti sulle novità relative ai beni ed ai servizi immessi sul mercato, dando la possibilità al consumatore di conoscere in modo più approfondito il prodotto che ha intenzione di acquistare. La molla che spinse i consumatori ad organizzarsi fu proprio l’esigenza di notizie corrette e non scientemente alterate in ordine alle caratteristiche, alla sicurezza e ai prezzi dei prodotti. A partire dagli anni ’60 il movimento si sviluppò in diversi paesi dell’Europa occidentale ed in Giappone. La cultura consumerista in Italia ha iniziato a diffondersi e a radicarsi in ritardo rispetto alle esperienze citate. Ciò a causa soprattutto di una lacunosa legislazione in materia di consumo che ha caratterizzato l’ordinamento giuridico italiano almeno sin agli inizio degli anni ’70.

Gli obiettivi dei movimenti consumeristici variano da un contesto all’altro.
In via generale se ne possono elencare alcuni che sono comuni a tutti:

  • la tutela della salute e della sicurezza dei consumatori;
  • la tutela degli interessi economici dei consumatori;
  • il diritto al risarcimento dei danni eventualmente sofferti dai consumatori;
  • il diritto ad un’informazione corretta e completa sulla natura dei prodotti, sulla qualità, sui prezzi, sui consumi di energia, sui metodi di smaltimento, ecc.

I risultati raggiunti sono importanti perché ovunque il movimento è riuscito a incidere in qualche misura sulla realtà esistente. E’ così che le imprese hanno dedicato sempre maggiore attenzione agli interessi dei consumatori, incrementando anche il fatturato e i profitti ottenuti.

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